Le interviste della redazione web:
Negli anni 80 lo spettacolo del sabato sera in prima serata portava la danza nelle case degli italiani, fra bambine si tifava per la classica Martinez o per la moderna Cuccarini. Prima ancora si imparavano le coreografie della Parisi. Come è cambiata la danza in televisione, o meglio quando e perché secondo lei è sparita? (“Amici” a parte).
E’ vero se ne vede molta meno, e temo sia un segnale al Paese di disinteresse rispetto alla danza. Quello che c’è, a mio avviso è apprezzabile perché dà visibilità e opportunità a giovani talenti. Ne sono stati scoperti alcuni bravissimi, molto dotati, per esempio la ballerina Ambeta, che io ho invitato nel corpo di ballo del Teatro dell’Opera. Quello che non mi piace però è questo urlarsi contro, c’è un aggressività verbale fra allievi e insegnanti e fra questi ultimi. Si dimentica che la base di tutto è il rispetto reciproco, che per studiare bene è necessario il rigore, l’allievo va seguito e consigliato nel suo percorso formativo, invece si rischia di creare confusione. E’ rischioso iniziare un dialogo allievo – insegnate che esce dal binario della disciplina. I ragazzi devono essere preparati a confrontarsi con i personaggi, con i testi, con la vita dura e impegnativa del lavoro in teatro, fatta di prove continue, a tutte le ore, a tournee. Ma anche quando scelgono di percorrere la strada televisiva, hanno davanti a loro un percorso duro, un lavoro stancante. Senza un senso del rigore, della disciplina, rischiano di trovarsi impreparati o di venire travolti.
Da decenni soprattutto in Europa, si sperimenta con grande creatività e coraggio nell’ambito della danza contemporanea e del teatro danza. Come guarda a questa strada che si è aperta?
La base deve essere comunque classica secondo me. E’ importante che i danzatori abbiano una preparazione di base solida, poi da quella base si possono scegliere diversi linguaggi, si può ricercare espressioni sempre nuove e diverse. Si sperimenta, l’artista fa la sua scelta personale per emozionare il pubblico e nell’arte la sperimentazione è fondamentale.
Ma non vorrei che nella danza si parlasse per esclusione, soprattutto di questi tempi, così difficili, sia per i teatri che per le scuole. Ci sono Teatri che chiudono, programmi che si impoveriscono, scuole, anche le più prestigiose che si trovano in difficoltà. Ma perché si vuole impoverire in questo modo un’arte che è un’eccellenza del Paese? Come si fa a non capire il grande prestigio che porta all’Italia e ai teatri nazionali un corpo di ballo ben preparato che viaggia il mondo e porta il nome del Paese oltre tutti i confini.
Dei pochi fondi allo spettacolo, ancora meno, ne vanno alla Danza. Cosa si dovrebbe fare per rilanciarla, farla crescere, oltre a farle ricevere più finanziamenti?
Quello dei finanziamenti è un problema, ne arrivano pochissimi, ciò comporta una programmazione minima e a volte misera. E’ stato così triste per me vedere recentemente, l’ultima messa in scena del lago dei cigni a Caracalla a Roma, il corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma, è andato in scena con le quinte nere. Neanche le scuole che fanno i saggi a fine anno portano in scena le coreografie così. I miei pensieri vanno agli anni in cui sono stata direttrice del corpo di ballo dell’Opera, avevano delle scenografie bellissime. Portavamo in scena opere che non lasciavano nessun danzatore in panchina, che non rinunciavano a elementi strutturali dell’opera.
Quello che mi chiedo è: dove sono finite le cose che avevo realizzato e messo in piedi? Vede’ quando io sono arrivata a dirigere il Teatro dell’Opera, avevo trovato in eredità un tesoro prezioso, mi riferisco a tutto ciò che aveva realizzato Paola Iorio, grande insegnate della Scuola di danza, non ho buttato via nulla, al contrario l’ho utilizzato, e non parlo solo delle strutture, parlo anche del lavoro svolto. Ho continuato un idea di progetto.
Lei mi chiede cosa farei. Farei quello che ho fatto quando ero una giovane danzatrice, quello che facevamo tutti noi, eravamo uniti, facevamo una battaglia insieme. Abbiamo lottato per i nostri diritti, per la qualità del lavoro, per la qualità delle opere che portavamo in scena. E’ stata dura, si rischiava di perdere il posto, di non avere il rinnovo del contratto o di non essere chiamati una seconda volta. Ma lo abbiamo fatto.
Oggi vedo che non si fa una battaglia unitaria, e anche se voglio essere positiva e ottimista, vedo la situazione molto difficile.
La riforma Gelmini ha introdotto i licei coreutici, cosa cambia nel percorso formativo coreutico? Secondo lei ci saranno ripercussioni anche sul livello qualitativo dell’Accademica Nazionale di Danza?
Cosa posso dire? Non ho voglia di entrare in polemica, ed è ovvio che nel parlare di questo si innesca una polemica anche politica, che personalmente non desidero fare. Certamente questa novità renderà ancora più ripida la salita per riportare la danza a livelli superiori, che le appartengono. L’ho detto, ma non mi stanco mai di ripeterlo, nella danza ci sono poche ma fondamentali cose a cui non si può rinunciare, pena la dequalificazione, la confusione, il disgregamento delle energie e delle risorse: il grande rigore, lo studio continuo e naturalmente il talento.
Redazione web Feste Democratiche - Milena Grieco
Foto h24/Toni-Ugolini